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  • LUNGA NOTTE

    Calgary dec 04 2015

    lunganot

    Dopo il ritorno dalla Columbia Britannica attraverso le Montagne Rocciose, ci siamo fermati in un villaggio di indiani Stoney. I giorni, della mia visita nell’Ovest canadese, passano rapidi. Ho trascorso qualche giorno con Pasc cacciando coi guerrieri di Sitting Bull, ma pian piano la nostalgia di una vita movimentata ritorna nel cuore. Ci si lascia alle spalle la realtà e si entra in un altro mondo, come tanti astronauti che posano i primi passi su lande desolate. Non è solo una storia. Un’ondata di vecchi ricordi…ricordi di una vita quasi avventurosa, fatta di pericoli e sacrifici, di lotte e di infernali cavalcate su delle macchine americane degli anni 50 e 60…. Per un attimo con Orly, Rico ed Enzo ci guardiamo negli occhi, quindi, incapaci di parlare, ci stringiamo in un forte abbraccio. Enzo, con la sua chitarra, intona una vecchia canzone dei Creedence Clearwater Revival. Molti giorni sono passati dal mio arrivo in Edmonton. Eccomi sul confine fra il Montana e il territorio canadese, La zona è aspra e selvaggia, (Bad Lands) e dopo avere attraversato un valico, mi addentro con molta cautela in una gola. Immense foreste e boscaglie fittissime: è questo lo scenario incredibile che si presenta davanti ai miei occhi! Siamo ben lontani dalle grandi praterie, dove il pericolo era facilmente identificabile: niente riflessi luminosi, niente polveroni di cavalli lanciati al galoppo; nella foresta tutto si fa più piccolo…ogni albero può nascondere un’insidia ed è facile perdere l’orientamento: non ci sono piste tracciate e gli unici segnali di pericolo sono dati dall’improvviso cessare del canto degli uccelli, dagli animali del sottobosco in fuga e dall’improvviso spezzarsi di un ramo. Scenario inedito, dunque, e amatissimo. Ombre minacciose che si stagliano nella notte, nel riverbero dei fuochi o sotto la pioggia battente…. Inseguimenti a perdifiato tra conifere in fiamme, esplosioni, indiani assatanati, urla strazianti, boati, barriere incandescenti, gli spalti del Forte McLeod, con le sue Giubbe Rosse, tempestati dalla pioggia battente, fulmini che si stagliano nella notte, vento impetuoso che martella, che sferza, che graffia come un artiglio di cougar pronto a ghermire….e ancora pioggia, molta pioggia….che penetra attraverso i vestiti, le giubbe, i mantelli, che si fa strada nei baveri sbattuti dall’uragano, mentre il buio regna sovrano e i lampi rilasciano bagliori allucinanti. E grida…di dolore, di morte, di paura, di angoscia….mentre l’aria si impregna di polvere da sparo,….Sembra di respirarla, quell’aria….ti entra dentro, come un pugno nello stomaco….Un autentico inferno… tra cannonate disperate, assalti furiosi, sibilare di tomahawk‎ scariche di fucili…e frecce incendiarie, che nella notte tempestosa assomigliano a tanti bengala. E quindi giù….una disperata fuga attraverso un cunicolo del magazzino, mentre uno stravolto Tex Willer tenta di fermare l’orda selvaggia, pronta a travolgere gli ultimi sopravvissuti….Infine una deflagrazione….indiani catapultati in aria come palle di cannone….e la carica delle Giubbe Rosse che spazza l’orda selvaggia, come un torrente purificatore che trascina sterpaglia e tronchi spezzati…. Poi, il silenzio….ed i pochi superstiti del forte che escono dal loro innaturale rifugio devastato. “Sono quasi le sei”, la voce è quella familiare di Pasc. È tempo di partire per Wabamun dove ci aspettano le rough grouses e prima ancora un breakfast, nel Coffee Shop di Dragonfly, fatto di bacon, eggs, patate hash brown e un buon bibitone di liquido nero caldo che è il caffè canadese, macchiato con della crema di latte.

    Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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